Razzi sul palazzo
L’attentato a Saleh è la fine della primavera araba in Yemen
Sana’a è diventata come Kabul nel 1992, il campo di battaglia di una guerra civile che finora si era consumata a bassa intensità. Il palazzo presidenziale è stato colpito da tre razzi, proprio mentre stava finendo la preghiera nella moschea dentro al compound di Ali Abdullah Saleh e quando, a due passi da lì, le strade si stavano riempiendo di manifestanti e, come ogni venerdì, di tutti i fedeli che escono dalla moschea più bella dello Yemen, quattro minareti e il massimo orgoglio di Saleh, che l’ha costruita con i soldi gentilmente forniti dai sauditi, quando ancora era il vassallo prediletto.
16 AGO 20

Sana’a è diventata come Kabul nel 1992, il campo di battaglia di una guerra civile che finora si era consumata a bassa intensità. Il palazzo presidenziale è stato colpito da tre razzi, proprio mentre stava finendo la preghiera nella moschea dentro al compound di Ali Abdullah Saleh e quando, a due passi da lì, le strade si stavano riempiendo di manifestanti e, come ogni venerdì, di tutti i fedeli che escono dalla moschea più bella dello Yemen, quattro minareti e il massimo orgoglio di Saleh, che l’ha costruita con i soldi gentilmente forniti dai sauditi, quando ancora era il vassallo prediletto. All’inizio è sembrato che proprio lui, il presidente che da 32 anni guida il paese e non accenna ad andarsene, fosse stato ucciso ma a morire sono stati sette membri della Guardia repubblicana. Le sorti del presidente sono state a lungo incerte, fino a che alcune fonti occidentali hanno spiegato che Saleh era stato colpito in modo non grave e portato in ospedale.
In serata, il presidente ha parlato alla nazione, con voce molto dolente, in un breve messaggio audio. Nonostante la confusione, la portata della notizia è stata chiara fin dall’inizio: è sfumata per sempre la grande illusione di una marcia gandhiana fino al palazzo presidenziale, contrassegnata dalle vesti bianche, un potentissimo colpo d’occhio come volevano i primi sostenitori delle proteste – cioè gli studenti accampati nel centro di Sana’a – con un rovesciamento del potere che puntava a essere del tutto pacifico. La marcia bianca non c’è mai stata ed è arrivata la guerra. Mentre si sentivano gli scoppi al palazzo presidenziale, sono iniziati gli scontri davanti a casa di Hamid al Ahmar, uno dei dieci figli del mitico e carismatico sceicco Abdullah al Ahmar, scomparso nel 2007, capostipite della famiglia che oggi si oppone a Saleh. Il vicino di casa di Hamid è Ali Muhsen, il generale che ha voltato le spalle al presidente dopo decenni di allenza (più o meno leale, visto che una volta il presidente ha cercato, anche se sostiene che sia stato un incidente, di far abbattere l’elicottero su cui viaggiava Ali Muhsen), e che con la sua Prima divisione vigila da una collinetta sulle tende degli studenti che a lungo hanno sperato di poter avere la loro fetta di primavera araba. Ma in questo stesso quartiere bene di Sana’a vivono anche molti funzionari del regime (la piazza del palazzo presidenziale non è molto distante), perché in Yemen tutti sono mezzi parenti, mezzi vicini di casa, prima amici e poi nemici. Non è chiaro quale delle due case fosse il target delle forze del regime – probabilmente entrambe – ma la famiglia Ahmar ha precisato di essere estranea all’attacco presidenziale.
In dieci giorni nella capitale ci sono stati 135 morti: non sono più i soldati del regime che sparano sui manifestanti disarmati, ma i soldati contro i clan, fucili contro fucili. La guerra civile è cominciata dopo che gli espedienti diplomatici, messi in campo a più riprese dal Consiglio di cooperazione degli stati arabi del Golfo (Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati arabi uniti), si erano rivelati un totale fallimento. L’Amministrazione Obama, incagliata e impotente, ha inviato in fretta e furia John Brennan, il consigliere speciale per l’antiterrorismo del presidente americano, a Riad e poi negli Emirati, per tentare di fare pressioni sul regime di Saleh e per concordare con gli alleati nell’area un piano di transizione. Ma la presenza di Brennan nella regione è l’ulteriore testimonianza che il tempo della diplomazia – se mai ce n’è stato uno – è finito da un pezzo e che lo scontro di potere all’interno dello Yemen, con le relative conseguenze, è destinato a peggiorare.
Lo scontro tra le due famiglie, Saleh e Ahmar, è la sintesi della guerra civile yemenita, e se non ci fossero le pericolose emanazioni sulla guerra globale al terrore apparirebbe come un’atroce rappresentazione macbethiana in salsa mediorientale. Ma questo è il paese in cui al Qaida ha trovato asilo ed è proliferata, tanto che ora conquista alcune cittadine, come se lo Yemen fosse la Somalia, mentre la comunità internazionale ancora si chiede da che parte sia meglio stare. Saleh, che a gennaio compariva sorridente al fianco del segretario di stato americano Hillary Clinton, è diventato il dittatore impresentabile per il quale è necessario studiare una via d’uscita. Ma in Yemen si stanno concretizzando i peggiori spettri di quel che ormai fu la primavera araba: le proteste spontanee sono state soffocate, la guerra civile è scoppiata e l’occidente non sa più da che parte stare.
In serata, il presidente ha parlato alla nazione, con voce molto dolente, in un breve messaggio audio. Nonostante la confusione, la portata della notizia è stata chiara fin dall’inizio: è sfumata per sempre la grande illusione di una marcia gandhiana fino al palazzo presidenziale, contrassegnata dalle vesti bianche, un potentissimo colpo d’occhio come volevano i primi sostenitori delle proteste – cioè gli studenti accampati nel centro di Sana’a – con un rovesciamento del potere che puntava a essere del tutto pacifico. La marcia bianca non c’è mai stata ed è arrivata la guerra. Mentre si sentivano gli scoppi al palazzo presidenziale, sono iniziati gli scontri davanti a casa di Hamid al Ahmar, uno dei dieci figli del mitico e carismatico sceicco Abdullah al Ahmar, scomparso nel 2007, capostipite della famiglia che oggi si oppone a Saleh. Il vicino di casa di Hamid è Ali Muhsen, il generale che ha voltato le spalle al presidente dopo decenni di allenza (più o meno leale, visto che una volta il presidente ha cercato, anche se sostiene che sia stato un incidente, di far abbattere l’elicottero su cui viaggiava Ali Muhsen), e che con la sua Prima divisione vigila da una collinetta sulle tende degli studenti che a lungo hanno sperato di poter avere la loro fetta di primavera araba. Ma in questo stesso quartiere bene di Sana’a vivono anche molti funzionari del regime (la piazza del palazzo presidenziale non è molto distante), perché in Yemen tutti sono mezzi parenti, mezzi vicini di casa, prima amici e poi nemici. Non è chiaro quale delle due case fosse il target delle forze del regime – probabilmente entrambe – ma la famiglia Ahmar ha precisato di essere estranea all’attacco presidenziale.
In dieci giorni nella capitale ci sono stati 135 morti: non sono più i soldati del regime che sparano sui manifestanti disarmati, ma i soldati contro i clan, fucili contro fucili. La guerra civile è cominciata dopo che gli espedienti diplomatici, messi in campo a più riprese dal Consiglio di cooperazione degli stati arabi del Golfo (Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati arabi uniti), si erano rivelati un totale fallimento. L’Amministrazione Obama, incagliata e impotente, ha inviato in fretta e furia John Brennan, il consigliere speciale per l’antiterrorismo del presidente americano, a Riad e poi negli Emirati, per tentare di fare pressioni sul regime di Saleh e per concordare con gli alleati nell’area un piano di transizione. Ma la presenza di Brennan nella regione è l’ulteriore testimonianza che il tempo della diplomazia – se mai ce n’è stato uno – è finito da un pezzo e che lo scontro di potere all’interno dello Yemen, con le relative conseguenze, è destinato a peggiorare.
Lo scontro tra le due famiglie, Saleh e Ahmar, è la sintesi della guerra civile yemenita, e se non ci fossero le pericolose emanazioni sulla guerra globale al terrore apparirebbe come un’atroce rappresentazione macbethiana in salsa mediorientale. Ma questo è il paese in cui al Qaida ha trovato asilo ed è proliferata, tanto che ora conquista alcune cittadine, come se lo Yemen fosse la Somalia, mentre la comunità internazionale ancora si chiede da che parte sia meglio stare. Saleh, che a gennaio compariva sorridente al fianco del segretario di stato americano Hillary Clinton, è diventato il dittatore impresentabile per il quale è necessario studiare una via d’uscita. Ma in Yemen si stanno concretizzando i peggiori spettri di quel che ormai fu la primavera araba: le proteste spontanee sono state soffocate, la guerra civile è scoppiata e l’occidente non sa più da che parte stare.
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